Missio Rimini

Ufficio Missionario Diocesano

A occhi aperti… A cuore spalancato!

ottobre1

Kenya, Nairobi, Baraccopoli  di Soweto – Gennaio 2011

“Quando troverà una risposta vera il grido dei poveri che sale continuamente verso Dio?”

Don Oreste con la sua semplicità disarmante va al cuore della questione. Il povero grida. E di questo ne sono testimone nella mia quotidianità vissuta a Soweto. Attorno a me il povero grida in tanti modi diversi.

Il povero che grida è Rosemary, che a 10 anni, con la sorella di 2 sulle spalle, è costretta a rinunciare a giocare per andare a raccogliere il caffè nelle piantagioni vicine e poter, così, avere qualcosa da mettere nel piatto dei suoi fratelli la sera.

Il povero che grida è Kakwia, un ragazzino autistico che ha imparato a comunicare con gli altri attraverso le pietre. Quelle di cui è bersaglio camminando per strada e quelle che lancia per difendersi ed attirare l’attenzione nello stesso tempo.

Il povero che grida è Moses, 25 anni passati dentro ad un letto, in un angolo della baracca di sua madre, nascosto da una tenda, solo perché la sua disabilità non gli permette di camminare e farsi vedere dalla “gente fuori” procurerebbe troppa vergogna alla famiglia.

Il povero che grida è Lucy, rifiutata dalla madre alcolizzata che a Soweto tutti conoscono, è accolta fin da piccola nella casa della Papa Giovanni XXIII. Ha visto passare tante figure di riferimento e volontari che sono arrivati, hanno “preteso” di farle da genitori o da fratelli e poi se ne sono andati. Questo le ha provocato una ferita che ancora sanguina; ormai non si fida più di nessuno e rimane chiusa nel suo altezzoso silenzio.

Il povero che grida è la /shosho/ (nonna) che ogni sera si aggira per la baraccopoli in cerca di foglie secche e rametti per poter accendere il fuoco e cucinare per i suoi otto nipoti, a cui fa da madre. La sua vita è totalmente al servizio dei figli che sono stati abbandonati dai suoi figli eppure il suo sforzo non è mai abbastanza.

Non fraintendetemi per ciò che sto per scrivere. Ma è “facile” ascoltare il grido di questi poveri, perché sono poveri genuini, vittime innocenti di un’ingiustizia più che evidente. Ma i poveri che sto imparando a conoscere non sono solo questi. Sono anche coloro che ti mentono pur di ottenere qualche scellino. Sono anche coloro ai quali non importa la sofferenza di chi gli è vicino se ciò significa condividere con questi l’aiuto ricevuto. Sono anche coloro che abbandonano i propri figli e poi ti denunciano perché te ne sei preso cura al posto loro. Sono anche coloro che a parole ti sono amici ma ogni qual volta avranno l’occasione di fregarti, lo faranno, senza remora alcuna.

Il grido di questi poveri è scomodo e vorresti non sentirlo perché non lo accetti, non riesci a giustificarlo; anzi questo povero vorresti punirlo anziché farti prossimo a lui. Eppure ci è chiesto di guardare oltre il loro comportamento e di mettere a fuoco il meccanismo iniquo che è la causa di tale comportamento. Anche loro sono vittime innocenti, sono poveri che gridano e il loro grido è amplificato dalla miseria che permea la loro vita e che non gli permette di reagire ad una corrente che li porta sempre più alla deriva nella menzogna, nell’indifferenza, nell’individualismo, nella mancanza di valori ed ideali.

Ma come trovare risposta a questo grido? Don Oreste, ancora una volta, ci aiuta: “Quando l’ingiustizia sarà diventata insopportabile per noi”. Ecco la soluzione. Non riuscire più a sopportare tale ingiustizia, perché ci siamo calati talmente nei loro panni da sentire la loro sofferenza e compatirli (nel senso di patire con loro). A parole sempre semplice e lineare. Nella realtà è molto difficile metterti nei panni dei poveri. Sono panni stretti, da cui abbiamo paura di non poter più uscire. Spesso non vogliamo nemmeno provare i panni di alcuni di loro perché, ad essere sinceri con noi stessi, li riteniamo responsabili della loro condizione e pensiamo addirittura che se la siano cercata e che ora meritino tale sorte.

Mi sento fortunata a vivere sul confine di una baraccopoli perché qui non mi è possibile esimermi dall’incontro col povero e non mi è possibile dimenticarmi di loro. Rischio che troppo spesso correvo in Italia. Ma il difficile deve ancora venire. Non basta incontrarli, imparare i loro nomi, ascoltare le loro storie. Ci è chiesto di metterci nei loro panni, di condividere ciò che vivono fino a che l’ingiustizia che loro subiscono non diventi insopportabile per noi. Ma come fare? Prima di tutto è necessario toglierci di dosso i nostri panni, letteralmente “spogliarci” di noi stessi per fare spazio agli altri. Chiedo ancora a Don Oreste di aiutarci a capire e di donarci i suoi consigli diretti e gioiosi, ai quali non ci si può sottrarre:

“Ho visto dei giovani morire nel loro orgoglio, asfissiati nella puzza della loro personalità: liberatevi! Ho visto gente sepolta nell’esibizionismo, nel fingere, nell’apparire: ribellatevi contro queste cose! Ho visto giovani perire, diventare vecchi perché incapaci di perdonare, incapaci di amare, pieni e tronfi di sé, sicuri del loro denaro! Abbiate il cuore di Cristo che rivoluziona tutte le cose: svegliatevi! Abbiate l’infinito di Dio nel cuore, quel principio rivoluzionario che finalmente fa i cieli nuovi e le terre nuove, dove regna la giustizia di Dio. Mettetevi nella pienezza dell’amore di Dio: voi siete amore! Siate come la luce. Se tu prendi una pila e vai in una stanza, la illumini; se tu con quella pila vai in una fogna, la illumini; se vai in una stalla, la illumini. La luce è sempre luce: allora tu sei amore ovunque. Questa è la rivoluzione!”

E per vivere questa rivoluzione siamo tutti in cammino, ognuno nella sua parte del mondo…

Giorgia Gironi
Comunità Papa Giovanni XXIII

pubblicato in Diario della missione
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