Missio Rimini

Ufficio Missionario Diocesano

Una cultura in via di estinzione

ottobre1

Messico, Temózon – Maggio 2011

Carissimo Don Aldo e collaboratori,

ricambio con calore gli auguri di Pasqua che ho gradito molto! Purtroppo rispondo con ritardo (non disponendo personalmente di internet posso controllare la posta elettronica una sola volta alla settimana).
Spero che la lettera ricevuta possa costituire con il passo del tempo l’inizio di una preziosa collaborazione con la mia diocesi di origine: sono cattolichino, ordinato a Cattolica da un vescovo (mons. De Nicolò) di Cattolica.
Tranquillizzatevi: non chiedo soldi (so bene, parafrasando il vangelo, “che le opere sono tante e il denaro è poco”). Chiedo – se possibile – visibilità per il progetto ambizioso, ma ogni giorno più realistico, che qui espongo.
Vivo in Temózon, terra maya (Temózon significa in maya luogo del “gorgo” oppure del “vortice d’aria”).
Sto lavorando – insieme al responsabile della pastorale maya della arcidiocesi di Yucatan – per elaborare testi di pastorale inculturata, tradurre la bibbia in lingua maya (esiste solo una versione protestante, molto “faziosa”), inserire i riti maya (tuttora vigenti) nella liturgia cattolica, etc. etc., ottemperando in questa maniera al mandato della Chiesa:
Chiunque infatti sta per recarsi presso un altro popolo, deve amare molto il patrimonio, le lingue ed i costumi… i missionari conoscano a fondo la storia, le strutture sociali e le consuetudini dei vari popoli, approfondiscano l’ordine morale, le norme religiose e le idee più profonde che quelli, in base alle loro tradizioni, hanno già intorno a Dio, al mondo e all’uomo (137).
Apprendano le lingue tanto bene da poterle usare con speditezza e proprietà: sarà questo il modo per arrivare più facilmente alla mente ed al cuore di quegli uomini (138). Siano inoltre debitamente preparati di fronte a necessità pastorali di carattere particolare”. (Ad Gentes 26)
Tutti sanno che il popolo maya è il popolo che ha costruito le superbe piramidi di Chichen Itzà.
Non tutti però sono al corrente che il popolo maya è un popolo attualmente vivo e la lingua maya una lingua attualmente parlata. Tre sono i milioni di maya stanziati nella penisola di Yucatan che parlano tuttora il loro stupendo idioma.
In Quintana Roo, uno dei 32 stati messicani, i maya sono però a rischio di estinzione. La trasformazione del piccolo villaggio di Cancun (Can-cu, significa “nido di vipere” in lingua maya) insieme a Tulum (“terra putrefatta”) in una delle capitali del turismo mondiale ha messo a rischio la sopravvivenza della cultura maya nella regione.
Stranieri nella propria terra, i maya sopravvivono oggi nella zona centrale del Quintana Roo e abitano poveri villaggi nella jungla, ove 150 anni orsono hanno fieramente affrontato gli spagnoli nella “guerra de castas”, la guerra sociale maya.
La prevista costruzione dell’aeroporto di Tulum, rischia però di estirpare definitivamente la cultura maya dallo stato del Quintana Roo.
Lo Stato di Yucatan ancora a prevalenza maya, è certo più attento al preservare il patrimonio culturale locale (i maya costituiscono il 90 per cento della popolazione). Pur tuttavia la lingua, parlata ancora dalla maggioranza, sta velocemente scomparendo. L’esistenza di “scuole bilingue” solo sulla carta (i maestri parlano maya ma non insegnano il lessico, la grammatica, la sintassi della lingua vernacola), l’influsso nocivo dei mezzi di comunicazione di massa, pongono a rischio una cultura nobile e millenaria. Nel giro di vent’anni – se non si interviene prontamente – il popolo maya scomparirà.
Sostenuto da numerosi amici sto lottando per difendere l’esistenza di questo straordinario popolo, autentico patrimonio dell’umanità, appoggiandone lo sviluppo e promuovendone la cultura.
Il progetto è umanamente ambizioso ma se, come credo, l’opera è di Maria non dubito che giunga a buon fine!
In Popola abbiamo iniziato la costruzione di un laboratorio, il quale verrà circondato presto da 8 case.
Le case manterranno all’esterno lo stile caratteristico maya: capanne di forma ovale, realizzate con pali di legno e ricoperte con tetto di foglie. All’interno però saranno di mattoni e disporranno delle comodità di una casa moderna casa europea
In questo modo il villaggio è reso idoneo ad accogliere turisti.
Turisti che desiderano conoscere ed amare la cultura maya.
Turisti che, a differenza di quelli di Cancun, Tulum o Playa del Carmen, non vengano a distruggere ma a promuovere e conservare.
Nel laboratorio infatti i turisti apprenderanno come si cuce un “ipil” (abito stupendo, tuttora indossato dalle donne maya) oppure come si tesse un amaca (il letto ove quotidianamente riposo).
Conosceranno i segreti dell’erboristeria maya e saranno introdotti all’arte maya dei massaggi.
Udranno raccontare dagli stessi maya le antiche leggende e assisteranno a rappresentazioni di teatro nella lingua indigena.
Ascolteranno la “mayapax” (la musica maya) e apprenderanno a danzare le danze di questo popolo.
Degusteranno i piatti tipici della gastronomia maya e apprenderanno a cucinarli.
Popola è il primo villaggio ove la popolazione autoctona del mayab potrà produrre e vendere i prodotti della propria cultura.
Si centrano in tal modo due obbiettivi: i maya vengono incentivati a conservare le loro millenarie tradizioni (il “prodotto” stesso viene offerto che ai turisti) e al tempo stesso ottengono risorse economiche al fine di migliorare la loro condizione sociale.
Ma soprattutto si costituirebbe un “precedente culturale” (molti politici e imprenditori hanno mostrato interesse al mio progetto). Da buon “romagnolo” ho parlato loro con rude franchezza: “se volete incentivare un turismo alternativo in cui i turisti convivano con i maya e ne apprendano i costumi mi avrete come alleato. Se invece pretendete che i maya si adattino ad esibirsi – come gli indios nordamericani – in tristi spettacoli, facendo le comparse di stessi, trattati come animali del giardino zoologico mi avrete come nemico”.
Il “villaggio maya” di Popola costituirebbe pertanto un importante modello di sviluppo per tutta la zona maya del Quintana Roo e dello Yucatan.
Anche in Quintana Roo, avevamo dato inizio al medesimo progetto. E tuttavia il maya quintanarroense – a differenza di quello yucateco – è incredibilmente indolente a causa di un retaggio storico che sarebbe qui troppo lungo qui spiegare. Tornerò ad operare in Quintana Roo più avanti.
Naturalmente debbo completare l’opera preparando gli abitanti a ricevere turisti, ed essere anfitrioni della propria cultura grazie a corsi di inglese, corsi di italiano, e via parlando.
Grazie a Dio dispongo sul luogo di una rete di amici (professori universitari di lingua maya, di storia maya, di cultura maya, sociologi, antropologi, etc. etc.) sufficientemente qualificati per appoggiarmi in questo lavoro.
È il primo mattone per il riscatto della cultura maya.
In che modo la Diocesi di Rimini potrebbe collaborare alla realizzazione di questo progetto, dal momento che non chiedo denaro?
In prima istanza dando visibilità all’opera.
In un secondo tempo, quando l’opera sarà conclusa: perché non organizzare viaggi con l’agenzia diocesana? Ne trarrebbe vantaggio la diocesi e al tempo stesso la mia gente!
La Regina del Messico e imperatrice delle Americhe vi protegga.

Padre Giuseppe Cervesi
O.F.M.

pubblicato in Diario della missione
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