Maria Negretto
Nata il 5 Marzo del 1938 a San Biagio di Argenta in provincia di Ferrara, Maria Negretto è una donna che da ormai 40 anni vive in Africa dedicando la propria vita ai poveri e agli ammalati: “Dentro di me sentivo una forza che mi spingeva verso i più deboli, quelli ai margini, grazie anche all’insegnamento della mia famiglia e di mia madre che, anche in tempi di difficoltà e povertà, era sempre disponibile ad aiutare un bisognoso quando si presentava alla porta di casa”.
Da piccola la chiamavano ’mulo’ per la capacità di affrontare con tenacia e determinazione le situazioni più dure, come quando il padre chiamava proprio lei all’alba per i lavori pesanti, lasciando i dieci fratelli a letto perché “dormivano così bene”: “Anche oggi le mie giornate sono lunghe: mi sveglio alle 4 e mi capita di lavorare per 16 ore al giorno”. Ora la chiamano “ma soeur”, anche se è la mamma di tutti che lei chiama proprio i miei figli.
Maria Negretto, dopo essersi diplomata infermiera e aver lavorato nel reparto di Pediatria dell’ospedale di Rimini, decide, nel 1969, ancora giovanissima, di partire per il Cameroun; vuole aiutare la gente del luogo a contrastare le varie forme di povertà, in particolare l’ignoranza in campo sanitario: “Lavoravo all’Ospedale di Rimini quando mi è capitato tra le mani un bollettino a cura di un’associazione di volontari che operava in Africa; li ho contattati e in pochi giorni mi sono unita a loro. Insieme ad una decina di neo volontari sono stata 9 mesi in Francia con lo scopo di apprendere la lingua francese, lavorando in una clinica per la lotta ai tumori. Terminato questo periodo sono volata in Cameroun, con l’intenzione di stare un paio di anni: non l’ho più lasciato”.
Arrivata a Dschang, a sessanta km da Bafoussam, insieme ad altre quattro ragazze, si vide affidare bambini in tenera età, le cui madri erano morte durante il parto, cercando nel contempo di insegnare ad un membro della famiglia come allevare e curare un bambino: “Noi volontarie lavoriamo per scomparire; finchè esiste una sola persona al mondo che non sa camminare con le proprie gambe, è indispensabile che qualcuno la aiuti e la metta in grado di farlo. Lo scopo principale del volontariato non è quello di prestare assistenza, ma di educare all’autosufficienza. Noi, ad esempio, cerchiamo il più possibile di preparare personale specializzato in loco, perché in un prossimo futuro possa sostituirci”.
La sua missione diventa la vicinanza ai malati, agli infermi, ai più deboli, ai bisognosi aiutandoli a superare le proprie condizioni di sofferenza materiale e spirituale: “Tra le cose che sto ideando e organizzando c’è un centro per l’accoglienza dei malati cronici e per le cure palliative ai malati terminali: qui per loro non c’è nessuna speranza. Si tratta di stare accanto a spastici, deformi, “mostri” che restano comunque persone, di non abbandonarli e lasciarli soli come esseri ripugnanti, ma accompagnarli fino al momento ultimo donando loro la dignità di un essere umano. La vita è un dono eccezionale, bisogna accettarsi e accettare ciò che ci succede”.